Riportiamo il pezzo del giornalista Fernando Rizzo sul “l’Eco del Sud” che parla dell’intervento dei Mattanza a Rai 1.


I Mattanza, gruppo reggino di etnoworld music fondato vent’anni fa dall’indimenticato Mimmo Martino, sono stati ospitati su Rai1 nella rubrica domenicale La musica che gira intorno della trasmissione Unomattina in Famiglia.

La loro esibizione li ha visti interpretare la celeberrima Vitti ‘na crozza, nella suggestiva veste curata e ricomposta insieme con il loro maestro. Archeologo e paladino della tradizione, Martino, nel superare l’aspetto superficiale delle canzuni a ballu, le ha liberate dalle distorsioni intervenute negli anni. Il tutto, come antidoto contro l’imbarbarimento della Cultura popolare e persino della Tarantella, privata della sua “melodia straordinaria” e deturpata dal facile e abusato ritornello ritmato Trallallaleru llalleru llallà.

Come per gli aèdi dell’antica Grecia, la sua opera infatti si è sostanziata non nel solo cantare poesie – sue e di altri – ma anche nell’infaticabile ricupero della primigenia autenticità di quelle della tradizione calabrese e siciliana. Chi l’ha conosciuto sa quanto egli tenesse a onorare l’impegno di un’attenta e rigorosa ricostruzione storico-filologica dell’eredità del passato, a volte deformata da interpretazioni “evolutive” sino allo smarrimento identitario del suo nucleo originario. Un patrimonio inestimabile che gli stava a cuore riconsegnare alle nuove generazioni. Generazioni che sono fluide e tanto bersagliate da una sovrabbondanza di informazioni vaghe e spesso imprecise, quanto in preda a una sorta di paradossale oblio della memoria e delle radici. Martino, al termine di ogni concerto, non si stancava mai di ribadire che un Popolo senza storia è come un albero senza radici: è destinato a morire.

La genesi di Vitti ‘na crozza è assai antica e affonda le proprie radici nei canti di lavoro della Trinacria, tant’è che pare che le sue parole siano la trascrizione di un testo ripreso dalla voce di un umile bracciante favarese. Era il 1951 quando venne incisa su vinile a 78 giri dal tenore Michelangelo Verso per la Cetra, mentre il film neo-realista Il cammino della speranza (1950) di Pietro Germi la consacrava alla fama della quale gode tuttora nel mondo. Il regista aveva chiesto un motivo “allegro-tragico-sentimentale”. Al compositore agrigentino Franco Li Causi, che l’aveva musicata con il suo quartetto, la S.I.A.E. ha riconosciuto i diritti di paternità nel 1979, giusto un anno prima che morisse.

A quella che oggi è conosciuta come una canzone “tirullallereggiante”, è stata restituita la sua anima, racchiusa nei versi accorati del suo spirito originario. Nei Feudi, la testa (o l’intero corpo ingabbiato) dei condannati a morte, dopo le varie forme di tortura e l’esecuzione, veniva mostrata a tutti da lu cannuni (e non del tramandato “nu cannuni”), cioè dal Torrione di guardia del Castello del “signore” che ne aveva sentenziato la pena capitale. Un’altra ipotesi vuole che si tratti invece del cantuni, che nelle pirrere del trapanese – cioè nelle cave – è un concio di tufo o di arenaria, dove scavavano i minatori. È possibile che, una volta imparato il canto nella provincia siciliana o da altri provenienti da Trapani, qualcuno abbia poi sostituito il termine con questo per lui più familiare. Così dunque si parlerebbe, invece, di un disastro in miniera, purtroppo frequente fino a qualche decennio fa nell’Isola. La crozza è in ogni caso il teschio – o di un brigante giustiziato, esposto come pubblico monito o di un povero lavoratore morto sotto un crollo nelle solfare o di un soldato perito in guerra – che si rivolge a un vecchio uomo, lamentando la sua morte senza una degna sepoltura. L’ottantenne si muove a una dolente riflessione esistenziale sul tempo che precipita inesorabile e raccomanda ai suoi cari di preparagli le lenzuola per un’uscita dalla vita che sente ormai vicina.

Dopo aver passato in rassegna le innumerevoli punte di diamante italiane che hanno cantato il brano rivisitato in chiave folk, la prima Rete ha offerto a oltre un milione e mezzo di spettatori la magnifica e magnetica versione dei Mattanza. Nel loro arrangiamento struggente, gli strumenti partono toccati lievemente, sussurrando, per poi aprirsi con l’impeto crescente della voce. Una voce soave, ammaliante e melodiosa, quella di Rosamaria Scopelliti, accompagnata dalla chitarra classica del decano Mario Lo Cascio, da quella battente del raffinato Fabio Moragas, dalla fisarmonica del valente polistrumentista Gino Mattiani, dall’energia del basso di Roberto Aricò – memoria storica del gruppo e Presidente dell’omonima Associazione culturale – e dalle percussioni dei maestri Giacomo Farina (ex Kunsertu, da Messina) – e del virtuoso Emiliano Laganà.

Tre minuti di bellezza sublime, in un’esecuzione ispirata, intimistica e al tempo stesso universale, al cospetto della quale “il Capitano Mimmo”, dall’Alto, si sarà certamente compiaciuto e commosso.


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